Parlando di parole

Ieri sera mio figlio ha avuto una piccola crisi da quasi teenager. Eravamo in camera sua e, in attesa che gli passasse, sfogliavo il suo libro di grammatica. Dopo qualche minuto ha distolto gli occhi dal cellulare, mi ha rivolto uno sguardo torvo e ha chiesto: “Cosa fai?”

“Mi rinfresco la memoria.”

“Uff! Solo tu puoi passare il tempo leggendo la grammatica! Non potresti essere come tutte le altre mamme?”

Ora, io non so cosa facciano le altre mamme mentre imperversa la bufera adolescenziale, ma in effetti per me la grammatica è divertente. Mi affascina, e talvolta riesce ancora a stupirmi.

Del resto, il linguaggio è il mio habitat.

Per chi fa altri mestieri, la lingua è uno strumento che si presta a un uso inconsapevole. Allo stesso modo possiamo guidare un’automobile: agiamo al momento giusto sul pedale della frizione, del freno, dell’acceleratore, muoviamo in perfetta sincronia la leva del cambio o il volante, del tutto ignari della complessa meccanica che traduce questi movimenti del corpo in movimento del mezzo. Anche il linguaggio possiede una meccanica, e tutti siamo costretti a studiarla a scuola, salvo poi dimenticarla il prima possibile perché, in fondo, per i più non è indispensabile.

Per chi lavora con la lingua, invece, quella meccanica è pane quotidiano, e le parole non sono semplici pulsanti da premere all’occorrenza. Dalla linguistica alla psicolinguistica, dall’insegnamento alla filologia, dal cabaret al copywriting persuasivo, ci sono tantissime prospettive dalle quali studiare il linguaggio e osservare il comportamento e la personalità delle parole.

Nel mio caso, ho stabilito con le parole un rapporto simile a un’amicizia, fatto di confidenza, ricordi, sentimenti. Non si può lavorare con le parole se non amandole una per una, singolarmente, e nutrendo un profondo interesse per la struttura delle loro relazioni.

Quando si instaura un’amicizia, infatti, si è portati a interrogarsi su ogni aspetto della vita dell’amico: la sua storia passata, le sue vicissitudini, i suoi cambiamenti, i suoi legami. Ecco perché, in quanto amica delle parole, mi interesso di loro, mi piace conoscerne e interpretarne il carattere. Un “carattere mobile”, che si compone di almeno cinque elementi:

  • la storia, l’etimologia e gli usi in determinati contesti storici (come puoi essere amico di una persona se non ti interessa sapere da dove proviene, cosa le è capitato nel tempo precedente al vostro incontro?);
  • la semantica, cioè il suo rapporto con “le cose” in una dimensione sia diacronica sia sincronica (di un amico ti interessa conoscere i valori profondi, quelli che guidano il suo agire, e come sono cambiati nel tempo);
  • il ruolo, quindi i suoi aspetti morfologici e sintattici (potete essere amici di qualcuno senza interessarvi al suo lavoro e alle sue abitudini?);
  • il suono e il ritmo interiore (quando si è davvero amici, il corpo dell’altro è un territorio familiare, di cui conosciamo le movenze, l’andatura, i tic);
  • una dimensione privata, intima, fatta di ricordi e associazioni di idee (non per tutte le parole, non per tutti gli amici, ma ci sono situazioni che ricorrono nella nostra mente con particolare tenerezza, o amarezza, o spavento).

Ricordo che quando studiai Saussure mi interessai al concetto di arbitrarietà. Per Saussure e i suoi discepoli, il linguista dovrebbe interessarsi soprattutto agli aspetti sincronici del linguaggio (il suo qui e ora), per cui una parola ha un rapporto arbitrario con il suo significato (quindi la parola “cane” non ha la coda, non sbava, non rischia di prendere le pulci e non chiede insistentemente cibo). Salvo nel caso delle onomatopee, insomma, non c’è alcun legame tra la parola e ciò che essa designa.

Eppure, chi lavora in modo creativo con le parole deve necessariamente considerare altri aspetti.

Per esempio, mi pare che sia stato Alessandro Bergonzoni (maestro!) a notare in un’intervista che ci sono parole intrinsecamente comiche: peperone, per esempio, fa più ridere di pomodoro (e quanti drammi familiari si potrebbero evitare se i broccoli avessero un nome più appetitoso!).

Un poeta non può ignorare il potere delle rime, che agiscono sui significati come i dardi di Cupido, unendo parole estranee in un amplesso fecondo.

Un filosofo scaverà nel linguaggio per portare alla luce significati più profondi, stratificati nelle parole come resti di antiche civiltà.

A me piace ricercare l’etimologia delle parole (a proposito, l’etimologia di etimo richiama il concetto di verità, e da questa semplice suggestione si potrebbe scrivere un libro intero). Mi piace anche scoprire neologismi e capire come e quando nascono le parole. Di recente ho scoperto questo sito, Time Traveler by Merriam-Webster, in cui è possibile sapere quali parole sono nate in un determinato anno. Ho scoperto così che insieme alla generazione dei miei genitori sono nate parole di ambito finanziario, insieme alla mia generazione sono nate parole legate alla ricerca medica, insieme alla generazione dei miei figli sono nate parole legate a nuove forme di economia e comunicazione. Queste parole, come in un affresco, ritraggono le epoche in modo davvero efficace.

Mi piace anche ritrovare in alcune parole le tracce del mio personale passato. Sentirle pronunciare, o leggerle, illumina una zona di memoria, come in quei giocattoli in cui schiacciando un tasto si produce un suono e si accende contemporaneamente una lucina. Per esempio, “tapino” è per me indissolubilmente legata a Zio Paperone, “partitivo” a una delle mie prime colleghe di lavoro, “Minerva” a Umberto Eco, “infinità” a mio padre, e così via.

Mi piace anche interrogarmi sul rapporto tra parole e mondo. Per esempio, nel dialetto che parlavo da bambina, non è contemplato il tempo futuro. Se vuoi parlare di un’azione che si svolgerà domani, usi il presente. È quasi impossibile formulare una frase in cui si parli di qualcosa che accadrà tra un anno. Forse, le persone di quelle parti non sono abituate a fare previsioni a così lungo termine. Può darsi che le difficoltà della vita, legate a una terra poco generosa, li abbiano resi fatalisti. Può darsi che le vicende storiche, fatte di dominazioni e migrazioni, li abbiano resi refrattari a qualsiasi cambiamento e quindi immobilizzati in un eterno presente. Non ho una risposta, però mi entusiasmano le domande.

Poi (ebbene sì, figlio mio) mi piace la grammatica. Mi piace immergermi nel pensiero sistematico che distingue un complemento di agente da un complemento di causa efficiente, e nella logica che distingue un soggetto da un complemento d’agente o di causa efficiente. Inoltre mi intriga pensare che ci sia anche un margine di incertezza rispetto ad alcuni costrutti linguistici, un continuo divenire, e anche una certa libertà di manovra (un guidatore esperto sa come scalare la marcia in una discesa ghiacciata, uno scrittore esperto sa qual è il contesto in cui “se scalerebbe” non è un errore da penna rossa).

E in fondo, considerando il discreto successo social dell’Accademia della Crusca non sono poi così eccentrica.

LeperaCosatiscrivo

 

 

 

 

 

 

 

 


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