Fermata al rosso

Oggi indossa un vestito rosso, leggero. Le arriva appena sopra il ginocchio.

Il rosso è il colore della loro storia, quindi si può dire che gli porti fortuna.

Cosa sarebbero le sue giornate senza quel lampo che si accende al lato della strada, gli permette di fermarsi all’incrocio, di sbirciare, spiare, accennare un saluto? Quel colore scandisce la sua vita. È il segnale del possibile, dell’incontro, del qui-noi-insieme.

Per questo si concede una ripresa lenta dopo aver superato la curva, quando intravede il verde laggiù in fondo. A volte riesce a rallentare abbastanza perché scatti il giallo, e poi il rosso. I passeggeri dell’autobus sarebbero molto contrariati, se si accorgessero di questo volontario ritardo, ma non se ne accorgono. Sono abituati a lasciarsi trasportare, chiusi nel cerchio magico della loro solitudine. Una frenata brusca, un’imprecazione, un controllore che esige i biglietti, uno squilibrato che parla ad alta voce con i suoi fantasmi, solo questo può strapparli al torpore.

E lui sta ben attento a non suscitare sospetti, perché tutto si confonda nell’abituale ritmo delle soste. Nessuno potrebbe immaginare che lì, dopo quella curva, ogni giorno per sette volte di seguito, il suo cuore prenda a battere più forte.

Non sempre tutto va come dovrebbe. A volte, davanti a lui ci sono auto, o camion, ed è costretto a fermarsi lontano dal negozio. In questi casi non ha tempo e modo di osservare con calma. Gli resta solo la speranza di rubare un movimento, un’ombra, mentre attraversa l’incrocio.

Altre volte deve rispondere alla domanda di un viaggiatore inesperto o, peggio, di qualcuno in vena di chiacchiere. Non parlate al conducente. Il conducente ha solo un pugno di minuti di felicità, pochi secondi alla volta. Gli piace preparare il posto dentro di sé, mano a mano che si avvicina, e poi lasciare che quegli istanti fluiscano in lui come una musica breve, un ritornello amato.

Amore.

Sì, è amore. Assurdo, infantile, ridicolo amore il suo.

È iniziato tutto un anno fa, all’incirca. Era estate, come oggi.

Lui si era fermato al rosso.

Lei stava pulendo la vetrina. Aveva i capelli sciolti, una maglietta bianca sui jeans corti al polpaccio. In punta di piedi su una scaletta, era partita dall’angolo in alto a sinistra. È mancina. Se non sei mancino, per pulire i vetri parti dall’angolo in alto a destra. Qualcuno si era fermato davanti alla porta del negozio e lei si era voltata, con un sorriso. Non era un sorriso di circostanza, ma generoso, lieto, sincero. Aveva interrotto il lavoro, era scesa, e aveva guidato il cliente nel negozio.

Subito dopo un clacson imperioso gli aveva intimato di partire: era scattato il verde, cogliendolo distratto.

Non era pronto a quell’inatteso.

L’aveva vista lì altre volte, prima. Il negozio esisteva da anni, e da anni lui svolgeva il suo servizio sempre sulla stessa tratta del piccolo comune di trentamila anime. Da capolinea a capolinea, 25 minuti di percorso, una breve pausa, poi il ritorno. E ancora e ancora, per sette ore al giorno.

Il lavoro che ogni mattina benediceva e malediceva, mentre si faceva la barba, mentre beveva il caffè, mentre scendeva le scale, mentre apriva lo sportello.

Si era incatenato con le sue stesse mani a quel lavoro benedetto e maledetto, legato a doppia mandata a quella busta paga che fluiva regolare come il sangue al cuore in un corpo sano. Quattordici mensilità, ferie, malattia, infortunio, scatti di anzianità. Perché l’anzianità avanza a scatti, e hai trent’anni, poi quaranta, poi ti accorgi che manca poco al mezzo secolo di vita. E seduto procedi verso il capolinea. Sei alla guida, ma passeggero come tutti gli altri.

Suo padre avrebbe voluto vederlo laureato. Condivideva il sogno di tanti: un figlio dottore. E come dargli torto? Per lui, che non era andato oltre la quinta elementare, la laurea era un traguardo da lasciare in consegna ai figli, come in una staffetta.

Così si era iscritto a Lettere e filosofia, per un vago senso di amore filiale, non certo per ambizione. Potendo scegliere, il padre avrebbe preferito un avvocato, o un medico, o un commercialista, seduto dietro una scrivania, protetto da una porta con una targhetta dorata che proclamava solenne il cognome. Ma un buon impiego come insegnante gli era parso comunque un felice compromesso, una ragione valida per pagare le tasse.

L’avventura universitaria era durata appena un anno, quattro esami superati brillantemente, e nessuna voglia di continuare.

Non aveva tentato di giustificare la sua scelta, che poi scelta non era, perché non si era posto alternative. Non sentiva sua quella strada, semplicemente.

E neppure gli interessava recitare la parte del figlio ribelle che rifiuta il benessere borghese. Voleva solo essere autentico.

Così suo zio gli aveva parlato del concorso. Lui aveva pensato che un lavoro vale l’altro, che la libertà, l’autenticità, le senti all’altezza dello stomaco, non stanno scritte sui documenti.

Ed eccolo qua, sulla linea 97, da 23 anni e cinque mesi.

Quando si era fermato di nuovo davanti al negozio, quel giorno di un anno prima, aveva gettato uno sguardo quasi senza intenzione. La vetrina era pulita, la scaletta non occupava più il marciapiede. Lei stava sistemando alcune bamboline di carta su uno scaffale. Piccole bamboline romantiche, con la loro cuffietta rosa e il grembiule a fiorellini. Perfette per il battesimo di una Sofia o Alice o Matilde. Gliele avevano ordinate, o le aveva create per sua stessa ispirazione? In ogni caso le maneggiava con cura, sempre con quel sorriso sottile. Le metteva a sedere composte come bambine sui banchi di scuola, disciplinate in attesa del loro destino.

Si era sorpreso a pensarsi dentro di lei, a infilarsi nei suoi sensi. “Cosa sentono le sue dita? Cosa prova a toccare la carta velina? Che odore fanno quelle bambole? Di colla, gomma, legno? Il giallo, il rosa, l’azzurro, li vede come li vedo io? Sono proprio lo stesso giallo, lo stesso rosa, lo stesso azzurro? Da qui non riesco a capire bene… quanti petali hanno quei fiorellini sul grembiule? Li ha disegnati uno per uno, e sono tutti diversi?”

Aveva subito capito di non poter entrare dentro quella donna, di essere condannato all’estraneità, più ancora di quanto accada con un perfetto sconosciuto. Perché lei era lì, in quel negozio che era il suo negozio, dove ogni cosa era disposta per suo volere, secondo il suo piacere. Perché l’estate a lui concedeva il privilegio di una porta aperta, ma era appena sufficiente a incorniciarla, come in un quadro, mentre tutto il resto restava tagliato fuori, appena percettibile nell’opalescente trasparenza della vetrina. Allo stesso tempo, era vagamente consapevole che il segreto del fascino che quella donna esercitava su di lui stava tutto in quella distanza.

Certo, avrebbe potuto scendere, andare dritto da lei a chiederle: “Chi sei tu?”. Tirare il freno a mano, scostare lo sportellino, schiacciare il pulsante di apertura della portiera anteriore. Scendere. Entrare. Guardarla. Chiederle: “Chi sei tu?”

Non lo aveva fatto, né allora né in seguito.

Era scattato il verde ed era ripartito subito, professionale e attento a tutti i possibili ostacoli: vecchi che pedalavano sbilenchi, pedoni che attraversavano fuori dalle strisce, auto che non rispettavano le precedenze. Il suo corpo obbediva scrupolosamente al lungo allenamento dei gesti che ha già sperimentato tutto e tutto prevede e a tutto risponde. Ma quel giorno avrebbe potuto incrociare un disco volante parcheggiato in doppia fila, una zebra a sei zampe, un drago a passeggio sulla preferenziale, e il suo corpo non avrebbe subito il minimo sussulto, perché era anestetizzato, perché quella domanda “Chi sei tu?” rimbalzava tra le pareti della sua mente come un insetto accecato in una stanza vuota.

Linda, sua moglie, è appena uscita dalla doccia e lo saluta con un bacio umido, fragrante di aromi saponosi.

«Pensi tu ad apparecchiare?» chiede, lasciandolo solo nel soggiorno. Il corpo di lei, sotto l’accappatoio bianco, è una forma indistinta, per quanto familiare. Ogni linea di quel corpo è nota ai suoi occhi e alle sue mani, la sua memoria ne trattiene l’impronta. Così pure, potrebbe recitare ogni suo gesto, il rapido ed efficiente rituale con cui apre l’armadio, sceglie un paio di pantaloncini e una maglietta e si riveste. Sa che a breve gli chiederà “com’è andata oggi” e che lui, come sempre, risponderà “tutto come al solito”. È vero, del resto: non le nasconde nulla. Ha preso servizio alla stessa ora, ha percorso lo stesso itinerario, ha visto le stesse facce. Della donna nel suo abito rosso, certo, non parlerà, ma che cosa c’è da dire? Come spiegare? Può forse sentirsi in colpa, per quell’amore incolpevole, casto, lontano, insensato?

Si toglie le scarpe e la camicia, prima di dedicarsi alla tavola. Qualcosa ribolle nella pentola a pressione. Il giovedì, lei smette di lavorare alle 13.30, passa al supermercato, torna a casa a lasciare la spesa, va in palestra, rientra, mette su la cena. La doccia preferisce farla a casa con calma, soprattutto d’estate, quando i vapori della palestra sono saturi di odori e sostanze estranee.

Cenano sul terrazzino, parlano dei progetti per l’imminente weekend, riordinano la cucina. Lei è amichevole, amabile, come sempre. Come sempre non lesina sorrisi, si accoccola vicino a lui davanti alla tv, lascia che sia lui a scegliere il programma da guardare insieme. In ogni caso, dopo pochi minuti dorme già, con quel suo respiro leggero, i capelli ancora un poco bagnati.

Il venerdì, qualche volta, lei esce con i suoi amici “di prima”, come chiamano di comune accordo gli anni in cui hanno fatto a meno l’uno dell’altra, quando il mondo si apriva a ventaglio davanti a loro, divisi e distinti come due esseri destinati a non incontrarsi mai. Si erano incontrati, invece, c’era stata simpatia, attrazione, piacere di ritrovarsi e di concedersi, la naturale evoluzione verso il matrimonio, che loro non avevano ostacolato perché non c’è ragione di sterzare quando si procede su un binario diritto.

Domani, dunque, lui avrà la serata tutta per sé. Maurizio e Samuele lo sanno, gli hanno già mandato un paio di messaggi per invitarlo a provare un’enoteca appena aperta, in città. Ha risposto “ok, ci sentiamo domani”, come sempre. L’indomani gli scriveranno per confermare l’orario e il punto di ritrovo: prenderanno una sola macchina, naturalmente. Tireranno a sorte, perché chi guida dovrà moderarsi: un sacrificio, visto che tutti e tre sono grandi bevitori.

Tutto previsto, tutto prevedibile.

Lei, come sarà vestita, domani? Tirerà giù il tendone sulla porta, adesso che il caldo comincia a diventare fastidioso? Lui spera di no, perché il tendone gli preclude la possibilità di guardare in fondo al negozio, dove c’è la cassa e dove lei spesso siede a lavorare.

Linda si scosta, con una mano si toglie i capelli dal viso, apre gli occhi e gli rivolge uno sguardo annebbiato. «Vado a letto», annuncia mentre già barcolla verso la porta del soggiorno. «Io arrivo tra poco» dice lui, o forse immagina di averlo detto. Non fa differenza, lei sa che lo dirà. È previsto anche questo.

Di imprevedibile, nella sua vita, c’era stata solo lei.

Un posto per quell’amore era già pronto da tempo, nel punto che la disillusione aveva lasciato vuoto. In precedenza, in quel punto, c’erano stati romantici sogni di passione eterna con Linda. Ci aveva creduto e investito, in quella relazione, e non solo nei mesi degli sguardi lunghi, delle labbra che si cercavano in continuazione, quando ogni sosta era un pretesto per baciarsi e ogni sciocchezza era una ragione per interminabili telefonate. Aveva continuato a crederci anche dopo, negli anni, alimentando con la consuetudine la convinzione che Linda fosse la donna perfetta. Perfetta per lui.

Si assomigliavano, lui e Linda, e si erano riconosciuti.

Lui aveva da poco cambiato quartiere e stava lentamente costruendo nuove routine. Tra queste, la corsa al parco prima di cena era una priorità. Aveva esplorato piste ciclabili e strade secondarie, marciapiedi e cavalcavia, per definire l’itinerario ideale da casa al parco e ritorno. Così, aveva aggiunto un altro ritmo circolare alle sue giornate, un altro tragitto prestabilito oltre quello che compiva quotidianamente con il suo autobus. Se ne fosse stato cosciente, forse avrebbe tentato di modificare il percorso, di aggiungere qualche variabile. Ma non aveva fatto in tempo ad accorgersene, perché ben presto il parco era diventato una meta imprescindibile. Al parco correva anche Linda, nelle stesse ore.

Le prime volte, si incrociavano scambiandosi appena uno sguardo, come vogliono le regole della civile convivenza. Entrambi dotati di auricolare – passi, respiri e pensieri scanditi a tempo di musica – si superavano l’un l’altra, si scostavano nei punti più stretti, si fermavano a bere, a turno, alla fontana. Poi iniziarono a salutarsi: una mano che si apriva, un cenno del capo. Quindi erano iniziati i sorrisi. E la prima volta che si erano voltati indietro, contemporaneamente, per girarsi subito di nuovo, confusi e imbarazzati dall’essere stati scoperti. Felici, immediatamente dopo, di aver scoperto.

Infine, con una scusa, lui l’aveva fermata. Le aveva chiesto un’informazione, lei aveva risposto, poi avevano ripreso a correre insieme, gli auricolari che cantavano inutilmente nei pugni chiusi.

Quando non erano ancora sedimentate al di sotto dello strato di attenzione, anche le abitudini avevano un loro fascino. Era piacevole ri-vedersi, ri-trovarsi, ri-tornare, ri-accogliersi. La ripetizione dava alle loro giornate il sapore di promesse mantenute, e aggiungeva spessore al loro tempo. Il presente non era solo un punto lungo una linea retta, ma conteneva un’eco, un riverbero.

L’abitudine, all’inizio, non aveva influito sulla curiosità. Linda continuava a rimanere un interrogativo, un territorio in gran parte inesplorato, un paesaggio visibile solo a tratti, per cui era necessario spostare continuamente punto di vista.

Quando fosse intervenuto il cambiamento, lui non lo sapeva.

Solo quel giorno, quando si era fermato al rosso e avevo posato lo sguardo sulla donna intenta a lavare la vetrina, si era reso conto di quanto Linda fosse diventata invisibile. Aveva avvertito una scossa elettrica, una fitta dolorosissima, come quando un arto addormentato comincia a risvegliarsi.

L’abitudine aveva cancellato la viva presenza.

Linda occupava lo stesso spazio di sempre, gettava un’ombra intorno a sé, le sue azioni avevano conseguenze immediate, cosicché se apriva una finestra, entrava aria fresca nella stanza, se pagava una bolletta, la ricevuta finiva nella carpetta gialla insieme a tutte le altre. Allo stesso tempo, però Linda aveva cessato di esistere come persona-a-sé, era solo un’estremità di una relazione, un complemento oggetto.

Ma era Linda ad aver agito in questo senso? O era il suo stesso sguardo su di lei a essere cambiato?

Stasera sarà difficile addormentarsi. Il rosso del vestito di lei fiammeggia negli occhi ogni volta che prova a chiuderli. Alla fine spegne la tv. Spegne la luce. Si muove al buio nella stanza nota. Si dirige verso la porta senza esitazioni, perché sa esattamente dove si trova. Procede senza sorprese, non corre alcun rischio, perché tutto è dove è sempre stato: il mobile della tv, la porta che dà sul corridoio, la porta del bagno, il water, il lavandino, lo spazzolino da denti. Non c’è alcun bisogno di disturbare il sonno di Linda accendendo le luci mentre passa di stanza in stanza.

È così. Come per Linda. Non è necessario guardarla per sapere dov’è, com’è.

Attraversa il corridoio, entra in camera. Lei dorme già, ne intravede la forma sotto il lenzuolo.

Si butta sul letto, gli occhi ben spalancati sulla penombra grigioscura. Resta lì, immobile, per un’ora. Forse due. Si alza di scatto e accende la luce. Guarda Linda, e lei socchiude gli occhi: «Che c’è? Qualcosa non va?» gli chiede. «No scusa» risponde lui, «ho acceso per sbaglio».

Spegne e torna a sdraiarsi. Un’altra ora, forse due. Il sonno in qualche modo arriva, senza farsi notare. Se ne accorge solo perché il suono della sveglia lo coglie di sorpresa.

Si alzano contemporaneamente. Seduti sul letto, lui da una parte, lei dall’altra, infilano le ciabatte. Si muovono lenti per la stanza, si scambiano un sorriso e un buongiorno. Lui va a mettere su il caffè, e quando lei arriva in cucina lui può andare in bagno. Ne hanno solo uno. Forse un giorno potranno permettersi una casa con doppi servizi, e magari un giardinetto. A Linda piacerebbe. Fanno colazione insieme, escono insieme. Quando è già in macchina, lui si accorge di non aver fatto caso a come si è vestita Linda, oggi.

Un giorno si era fermato davanti al negozio e lo aveva trovato chiuso. Era stato colto dal panico, al punto che aveva dovuto farsi violenza per non precipitarsi giù dall’autobus a leggere cosa c’era scritto sul cartello appeso alla saracinesca. Per fortuna, prima che scattasse il verde, l’aveva vista attraversare la strada reggendo uno scatolone. Probabilmente si era assentata per andare a prendere della merce, o un pacco giacente in posta. Nulla di grave.

Ma il suo cuore batteva ancora troppo forte, e sentiva tremare le caviglie come davanti a un enorme spazio vuoto. Un senso di vertigine.

Poteva dunque succedere, prima o poi, che quella storia finisse? Certo, era quasi ridicolo porsi la domanda in questi termini. Quale storia?

Eppure, qualsiasi cosa fosse, poteva finire. Anzi, lui sapeva che era inevitabile. Non sapeva, però, se augurarselo o meno. Perché lei aveva portato un tormento, un tarlo nella sua vita. Era doloroso, e proprio per questo sentiva di non poterne più fare a meno. Del resto, pensava, si dice “dammi un pizzicotto, voglio capire se sono sveglio”. Dammi un pizzicotto, procurami dolore. Nessuno mai ti dice “fammi ridere” se vuole essere certo di non sognare. C’era una saggezza, una verità in questo modo di dire, lo sentiva con la stessa struggente consapevolezza di quando era un ragazzino. È il soffrire a darci l’esatta percezione di noi, a farci sentire svegli. A farci sentire vivi.

Dunque benvenuta visione, benvenuto tarlo – diceva a se stesso. Aspettami, sto arrivando, ecco la curva, ecco il semaforo. Ecco te.

Ma sarebbe finita, qualcosa sarebbe arrivato a spezzare l’incantesimo. Lei poteva decidere di cambiare sede al negozio, o di chiuderlo. Poteva trovare un posto come commessa, magari nella grande distribuzione. Un posto sicuro, uno stipendio, niente più paure di crisi delle vendite, niente più ansie per l’arrivo di un concorrente.

Improbabile. A lei piaceva il suo lavoro. Adorava il suo lavoro. Si capiva da come sedeva a cucire, tagliare, incollare: seria, senza mai alzare lo sguardo. Si capiva da come guardava le sue composizioni, piegando la testa, girando loro intorno per soppesarne ogni geometria, ritoccando tulle e nastrini come una mamma che sistema le trecce alla sua bambina. La passione per il lavoro si rifletteva nel modo in cui accoglieva i clienti, e aveva un effetto indiscutibile: andavano sempre via soddisfatti, con l’espressione di chi ha trovato qualcuno in grado di capire e soddisfare ogni bisogno.

Lui era testimone di tutto questo, dall’alto della sua poltroncina. E l’amava. Oh, quanto l’amava! Gli dava piacere vederla assorta, felice, sicura di sé e del suo talento, padrona dei propri gesti, mai affaticata o insofferente.

Ma non poteva essere tutta una sua immaginazione? Forse era lui a volerla così, a immaginarla gioiosamente a suo agio nel romanzo che lui aveva mentalmente scritto? No, no, no. Rigettava questo pensiero. Lei era reale, era più reale di chiunque altro. Lui non venerava un’icona: era perduto d’amore per una creatura vera, sconosciuta, feconda di misteri.

Buio. Non riesce a ricordare. Non sa neppure se ha messo gonna o pantaloni. Più probabilmente la gonna, perché soffre il caldo ed evita di coprirsi le gambe, d’estate. Quindi non sa cosa ha indossato Linda, ma può ragionevolmente supporlo.

Arriva al deposito con qualche minuto d’anticipo. Il tempo per un altro caffè. Poi prende posto al volante e avvia il motore. Si ricomincia. Tra poco la vedrà. Una formicolio al cuore. Eccola. È sulla porta e sta chiacchierando con la fioraia del negozio accanto. Se ne sta in piedi a gambe ritte sul gradino, le braccia in croce come chi ha freddo, chiusa in sé. In effetti è molto presto e, anche se è fine giugno, si sente ancora la notte nell’aria.

La guarda, la vede. La vede così bene…

Lei gli rivolge uno sguardo, un saluto breve. Lei è il suo tarlo, il suo tormento. Lei è lo spigolo della porta, quello contro cui è andato a sbattere perché aveva spento la luce, sicuro di non averne più bisogno.

È verde, via si va. Finirà, deve finire. Tutto questo è ridicolo, e anche se è stata la passione più grande della sua vita deve uscirne, deve ritrovare il suo senso della realtà. Sente di potercela fare. Lo ha capito stanotte: dipende solo da lui.

Fermata successiva: Municipio. Fermata successiva: Ausl-Via Piave. Fermata successiva: Santo Spirito. Fermata successiva: Palasport-Capolinea. Ritorno. Il viale ombreggiato, la rotonda, il parco pubblico, sale scende la gente, c’è un signore in carrozzina, bisogna abbassare il predellino perché questo è un autobus predisposto per agevolare i portatori di handicap. Giusto e civile che il suo piccolo comune ne sia fornito. Ecco la curva. Ecco il semaforo. Verde, giallo. Si ferma con il giallo. Scatta il rosso.

Lei è nel negozio, ma quando vede l’autobus esce di corsa.

Lui apre la portiera, lei entra e gli porge un sacchetto di plastica: «Mi fai un favore, lo porti a mia madre? Io non faccio in tempo, non credo di passare nemmeno da casa». Parla velocemente, sa che deve scendere prima che scatti il verde.

«Non preoccuparti, ci penso io» risponde lui, riponendo il sacchetto dietro il sedile.

«Grazie amore, ci vediamo stanotte!» non ha ancora finito di parlare e già salta giù dall’autobus. Non vuole causare ritardi, sa bene che suo marito sta infrangendo le regole. Dal marciapiede si gira e fa un cenno di saluto con la mano, prima di rientrare nel suo negozio.

Rosso


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